Anche se le nostre azioni appaiono libere, esse sono in realtà, condizionate, anche inconsciamente, dalle esperienze passate, dai ricordi o da fattori ad essi legati. La chiave psicologica per l’azione libera, volta al perseguimento del proprio scopo, quindi, dovrebbe essere l’indifferenza nei confronti del vissuto e di tutto ciò che, ricollegandosi ad esso, ci condiziona. In realtà, è la “non indifferenza” che ci permette di agire liberamente, perché nel momento in cui desidero fortemente raggiungere l’obiettivo prefissatomi mi sento – allo stesso tempo – spinto dal bisogno, anche fisiologico, di sentirmi libero. Solo cosi potrò raggiungere il desideratum. La libera azione può avere, però, conseguenze imprevedibili: gli “accidenti”. Azioni intermedie che si interpongono tra il libero atto stesso e il fine ultimo perseguito. L’accidente è estraneo al condizionamento, è casuale, nuovo e, direi, non voluto. La sua causa è caratterizzata dall’ indeterminatezza che, al contempo, non ne assicura l’accadimento ma si presenta come conseguenza dell’azione voluta. Ecco perché rischiamo di incorrere nel “peccato” dell’accidente.
Le conseguenze di un agire libero, privo di una condotta morale consona, possono condurre ad un errore, al male o alla violazione delle stesse regole etiche e cristiane. L’ ”agere sequitur esse” di San Tommaso d’Aquino, ci permette di indirizzare le nostre azioni evitando di non cadere nella violazione della legge divina. Per fare ciò bisogna “praticare” la somiglianza con Dio. La nostra morale deve derivare da quella cristiana. Essa deve fondarsi sulla compassione, sulla solidarietà, sulla carità, sulla pace e su tutte le forme d’amore esistenti. L’uomo risponde di tutte le azioni poste in essere. Egli dunque risponderà di ogni peccato commesso, anche non voluto. L’importante è rimediare, porre fine alla condotta peccaminosa e permanere nel legame con Dio .
Cristiana Catalfamo
Studentessa universitaria

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