Interpretare un pensiero e restituirlo.

Da Hume al Buddismo, il mondo delle percezioni nella consulenza filosofica 

di Carla Torreggiani

“Le nostre idee, presentandosi, non producono le corrispondenti impressioni; né noi possiamo percepire un colore o provare una sensazione semplicemente col pensarci. Invece vediamo che un’impressione, sia mentale sia corporea, è sempre seguita da un’idea che le somiglia, differente soltanto per forza e vivacità. L’unione costante delle percezioni somiglianti è, dunque, una prova convincente che le une sono causa delle altre; e tale priorità delle impressioni è parimenti la prova che queste sono la causa delle idee, e non viceversa”.[1]

      “Definiamo una causa come un oggetto precedente e contiguo ad un altro, e così uniti nell’immaginazione che l’idea di uno (oggetto) determina la mente a formare l’idea dell’altro, e l’impressione dell’uno a formarsi un’idea più vivace dell’altro […] Né, infine, è necessario notare che non c’è bisogno di una piena conoscenza d’un oggetto, ma basta quella delle qualità che crediamo esistere in esso”.[2]
La filosofia di Hume parte dall’analisi delle idee. Il mondo delle percezioni è al centro della tesi del filosofo per il quale i contenuti della mente sono percezioni. Hume distingue le percezioni in impressioni e idee, e la differenza sta nel grado di vivacità con cui entrambe si presentano alla mente: le impressioni sono le percezioni vivaci dei sensi, le emozioni, le passioni, mentre le idee sono copie indebolite delle impressioni originarie. Per Hume l’immaginazione è la capacità di collegare le impressioni, mettere in rapporto le idee, lavorando su somiglianza, contiguità e causa-effetto, e a questi tre criteri deve essere riferito il modo di essere e il procedere dell’immaginazione. “Della conoscenza percettiva si hanno sostanzialmente due interpretazioni: quella empiristico-associazionistica, che considera la percezione un prodotto dei meccanismi dell’associazione psicologica; e quella trascendentalistica, che vede invece nella percezione un prodotto della spontaneità spirituale del soggetto giudicante: l’oggetto della percezione è una elaborazione dei dati sensoriali operata dalla coscienza secondo forme a priori[…]”.[3]

Quelle riportate sopra sono brevi note esplicative delle tesi di Hume attorno alle idee e percezioni, ma l’intento del mio lavoro non è certo proporre una nuova interpretazione delle proposte di Hume, desidero solo indicare alcune possibili vie da seguire nella prassi filosofica, avvalendomi dei principi buddisti e rileggendo le proposte di Hume con un sguardo antropologico (esistenziale),  provando ad esercitare su di esse nuove azioni d’impiego. In questo percorso sono stata ispirata dall’incontro tra Lou Marinoff e Daisaku Ikeda,[4] uno filosofo e consulente filosofico di fama mondiale, l’altro insigne pensatore buddista, e dalla loro opera, in cui dialogano e affrontano temi esistenziali, fornendo spunti di riflessione e il conforto dei grandi filosofi occidentali e dei maestri buddisti. Disporre di un testo come questo, inquadrandolo nella cornice della filosofia orientale, materia a me più familiare, mi consente di provare a produrre nuovi significati; partendo dalle parole e dai concetti chiave di alcune importanti proposizioni di Hume, ricollegandomi ai principi fondamentali della filosofia buddista, per ritrovarne altre, utilizzabili nella consulenza filosofica.

Iniziamo dalle questioni su cui Hume e i filosofi del suo tempo ragionarono: dove risiede la facoltà pensante nell’uomo? Da dove provengono i concetti? Esistono da sempre? Il filosofo scozzese afferma che la conoscenza non è innata, ma sorge dall’esperienza; egli nega sia la sostanza materiale sia quella spirituale e riduce tutto a sensazione e stato di coscienza. Formulando una soggettiva interpretazione di questo pensiero, per ora prendo in considerazione il termine coscienza, parola  apparentemente astratta, ma densa di significati.

Il Buddismo parla di nove livelli di coscienza nell’essere umano, livelli che partono dagli aspetti fisici, scendendo sempre più in profondità. Queste funzioni spirituali della percezione o discernimento, dette vijnanas o coscienze (kushiki), sono così classificate: le prime cinque corrispondono ai sensi, vista, olfatto, udito, gusto e tatto, [5] e quelle che vanno dalla sesta alla nona, corrispondono alle funzioni percettive proprie della mente umana. La sesta coscienza organizza le percezioni dei cinque sensi in immagini coerenti e forma giudizi riguardo al mondo esterno. La settima coscienza è chiamata in sanscrito manas, e indica la capacità di pensiero e di valutazione;  servendosi dei concetti astratti che prescindono dalla percezione dei cinque organi di senso, o elaborazione di sistemi di pensiero, come la propria visione della vita e del mondo. Questo livello di coscienza corrisponde alla coscienza di sé e alla capacità di percepire il proprio mondo spirituale interiore. [6]

Il Buddismo è una filosofia finalizzata alla trasformazione della realtà, e partendo proprio da se stessi, si può influenzare l’ambiente esterno. Il riferimento ad alcuni principi buddisti, più avanti chiarirà meglio il mio intento di utilizzarli per la consulenza filosofica; così come la scelta di trattare, seppur in maniera sintetica, il concetto buddista di ‘coscienza’, quale funzione mentale discernente della vita, che distingue l’io dal mondo esterno, il bene dal male, il vero dal falso.

Se si riflette su ciò che la coscienza è realmente, si è profondamente colpiti dal fatto meraviglioso che allo stesso tempo che un avvenimento ha luogo nel cosmo se ne crei internamente un’immagine, che esso, per così dire abbia luogo  anche interiormente, cioè diventi cosciente” dichiarava Jung;[7] gli stati di coscienza legano tra loro le sensazioni da noi provate in una connessione di idee, percezioni, secondo similitudine, contatto, contrapposizione o successione, quella che il grande psicanalista definisce l’associazione. La psicologia e la psichiatria studiano la mente umana e le sue funzioni sia interiori che in relazione all’ambiente, in accordo con gli insegnamenti buddisti, secondo i quali tutte le attività fisiche o mentali sono funzioni in cui la vita si esprime; sebbene alcune scuole buddiste sostengano che non è possibile comprendere l’entità della vita con gli strumenti della scienza o con la logica, in quanto la realtà fondamentale può essere compresa solo con la saggezza del Buddha (che in questo mio contributo non considero come essere trascendente, ma come ‘Risvegliato’). Ma noi siamo comuni mortali, e in base alla condizione vitale in cui si trova la nostra coscienza, cambia la percezione della realtà. Ogni persona si differenzia dall’altra anche per effetto del modo personale di percepire i fenomeni della società e dell’ambiente. Gli stati d’animo possono essere classificati in dieci categorie, chiamate i dieci mondi. [8] Possiamo lasciarci sopraffare dalle circostanze, reagire in modo passivo di fronte alle situazioni difficili, o decidere con ottimismo in che direzione indirizzare la nostra esistenza, verso la felicità. Lo stato vitale è l’energia che mette in moto i meccanismi della vita, e determina il tipo di azioni che diventano cause interne, le quali attraverso la relazione con l’ambiente si attivano e si trasformano in effetti concreti; ne consegue che il modo di vivere di ogni persona dovrebbe essere corretto e coerente. Il Buddismo insegna: “Se vuoi conoscere le cause del passato guarda gli effetti che si manifestano nel presente. Se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai ponendo nel presente”. Mi riaggancio a Hume e alla sua convinzione che è solo un’abitudine acquisita, la certezza dell’uomo che ogni effetto abbia una causa, per ritornare alla filosofia buddista che insegna invece che la nostra esistenza è basata proprio sulla legge di causa ed effetto. Alla luce degli insegnamenti buddisti, è del tutto inutile cercare di modificare “l’effetto”; se la causa resta, l’effetto prima o poi tornerà, come retribuzione karmica. Qualsiasi azione – causa – mentale verbale o fisica, produce una reazione – effetto, che può essere più o meno lontano nel tempo; questo è il concetto cardine delle filosofie orientali: il Karma (azione).

Tutto ciò che è sottoposto alla legge di causalità ha origine nel regno dell’ottava coscienza, chiamata alaya, che significa deposito. Nella coscienza alaya sono contenute tutte le esperienze della vita presente e passata; il concetto freudiano d’inconscio è simile a questo: immagazzina nella mente le percezioni e simultaneamente produce una nuova attività mentale. Infine troviamo la nona coscienza, la base di tutte le funzioni spirituali che è chiamata amala, che significa pura o incontaminata, e risiede nel profondo della vita.

Questa sintetica spiegazione dei principi buddisti, e in particolare del Karma, non presuppone un tentativo di conversione al Buddismo, ma si propone di aiutare l’altro, nel nostro caso, il consultante, alla consapevolezza della responsabilità delle proprie azioni, e aiutarlo a comprendere che la soluzione dei nostri problemi è dentro di noi. A differenza del concetto di causalità, tipico delle scienze naturali o sociali, il principio buddista di causa ed effetto riguarda in primo luogo la vita interiore,[9] ed è per questo che a mio avviso può essere utilizzato nelle professioni di aiuto.

Torniamo ancora alle parole chiave ispirate dal pensiero del nostro filosofo. Secondo la proposta di Hume, quando le impressioni si manifestano in modo continuo e costante, vuol dire che c’è un mondo esterno che dà le percezioni; dinanzi a questa affermazione reagisco ancora con il pensiero buddista, in base al quale esiste un profondo legame fra noi e ciò che ci circonda. Questa filosofia si contrappone ai modelli neopositivisti che presuppongono una realtà esterna, indipendente da noi. Né la vita né l’ambiente possono essere separati l’una dall’altro, questo è il principio buddista di esho funi, che spiega l’unicità della vita con il suo ambiente, ricordando che ogni forma di vita è basata su questo principio universale. D’altra parte però essa crea un’esistenza unica, in accordo con la legge d’individualità, e nello stesso tempo si circonda di un ambiente compatibile con se stessa. Questa unicità, che comprende anche il pensiero, le parole e le azioni (sango funi), fa parte di una filosofia elaborata decine di secoli fa, quando i viaggi in India di Jung erano di là da venire. […] Corpo e mente sono fondamentalmente uno, pensieri, parole e azioni sono anch’esse uno.[10]

Alla luce del presupposto di unicità, pilastro della filosofia buddista che insegna l’assenza di dualità tra corpo e mente, io e ambiente, comune mortale e Buddha, la separazione è un’illusione (della mente). La manifestazione della vita di una persona, coincide con la manifestazione della vita di questa persona nel mondo.

Utilizzare la filosofia orientale nella consulenza filosofica, consente di offrire al consultante nuove chiavi di lettura della propria realtà. La teoria buddista può sembrare di non facile comprensione, ma in verità la sua applicazione pratica è a portata di tutti, e si adatta alle diverse culture. Zuiho bini, “seguire i costumi del luogo”, è un principio della filosofia buddista in cui l’ideogramma zui significa “in accordo con”, l’ideogramma ho “tradizioni, costumi”, mentre bini vuol dire “regola monastica”.[11] Consiste nel trasmettere e mettere in pratica lo spirito buddista adattandolo ai costumi, alla cultura e alle tradizioni diverse. L’insegnamento buddista può essere adattato alle caratteristiche di ciascuna cultura, sempre che rimanga intatto lo spirito fondamentale.

Lavorare su un testo filosofico per utilizzarlo nelle professioni d’aiuto, significa anche tradurre, modificare, per poi  restituire, e  per non perdere la traccia di colui che il testo lo ha generato, faccio ricorso al celebre detto di Kant, che leggendo Hume si risveglia dal suo sonno dogmatico: “L’avvertimento di David Hume fu proprio quello che, molti anni or sono, primo mi svegliò dal sonno dogmatico e dette un tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa”. [12]

 Se lo stesso Kant –  ha scritto Hans Georg Gadamer – venendo a contatto con i testi di Hume, riconosce che in essi c’è qualcosa di vero […]  Noi non possiamo pensare che l’intera realtà si risolva nella razionalità […] allora non resta altra alternativa che tornare a riflettere sulla possibilità di un rapporto positivo fra l’esperienza e i concetti entro cui la pensiamo […]”.[13]

Con la suggestione di colui che è stato un grande filosofo contemporaneo, concludo questo mio contributo in cui ho cercato di esporre sinteticamente l’utilità del pensiero buddista nella prassi filosofica, con il proposito di proseguire il “cammino” della filosofia dei grandi pensatori occidentali, certa di trovare somiglianze, ma soprattutto dissomiglianze, consapevole che la vera ricchezza si trova nella diversità.

 

Carla Torreggiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

G., Cloza, Felicità in questo mondo, SGI, Firenze, 2015.

Y., Kimura, La filosofia buddista. Principi fondamentali, Edizioni il Nuovo Rinascimento, Firenze, 1988.

C.,G., Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Bur, Milano, 2012 (1992).

Buddismo e Società n. 178, SGI, Roma, 2016.

DUEMILAUNO. Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione n. 56, p. 49, ISG, Roma, 1996.

 

 

 

Sitografia:

 

www.filosofico.net/Antologia

www.riflessioni.it/enciclopedia

Gadamer su Kant

www.wikepedia.org

 

 

[1] David, Hume, Trattato sulla natura umana, in ID, Opere, vol. I, trad. it. di A. Carlini, rev. Di E. Lecaldano e M. Mistretta; Editori Laterza Bari 1971, p. 16-17; sulla distinzione tra impressioni ed idee cfr. ivi, p. 13.

[2] Ivi, pp. 186-7.

[3] www.riflessioni.it/enciclopedia.

[4] D., Ikeda, L., Marinoff, Qualunque fiore tu sia sboccerai. Scopri il tuo filosofo interiore e trasforma la tua vita, Edizioni Piemme, Milano, 2014.

[5] La moderna fisiologia ha dimostrato che ognuno dei cinque organi di senso (occhi, naso, orecchi e lingua e corpo) include le funzioni di percezione e discernimento.

[6] Y., Kimura, La filosofia buddista. Principi fondamentali, Edizioni il Nuovo Rinascimento, Firenze, 1988, p. 66.

[7] Seminario tenuto a Basilea, 1934, relazione inedita) C.,G., Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Bur, Milano, 2012 (1992), p. 486

[8] I dieci mondi: Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Tranquillità, Estasi ( questi primi sei mondi sono quelli dove in genere si vive la maggior parte della quotidianità, in una continua altalena dall’uno all’altro; Studio, Illuminazione parziale, Bodhisattva, Buddità. in G., Cloza, Felicità in questo mondo, SGI, Firenze, 2015, p. 26

[9] La filosofia buddista, op. cit, p. 26

[10] DUEMILAUNO. Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione, n. 56, p. 49, ISG, Roma,1996.

[11] Buddismo e Società n. 178, SGI, Roma, 2016, p. 51

[12] I., Kant, Prelogomeni ad ogni metafisica futura che potrà presentarsi come scienza, 1783, in WIKEPEDIA-DOGAMTISMO.

[13] H., G., Gadamer, Il cammino della filosofia in ttps://nowxhere.wordpress.com/2014/09/26/gadamer-su-kant/

 

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